“Vi devo lasciare ho una call urgente…”
Quante volte in questi ultimi mesi avete sentito queste parole? O siete proprio voi che passate costantemente da una call all’altra? Ecco gli effetti di questo nuovo modo di lavorare, uno smart working mal interpretato e soprattutto l’opportunità dell’hybrid work non colta pienamente, almeno per il momento.

Lavorare da casa e utilizzare strumenti di collaboration per i meeting on line non hanno fatto che ampliare quella ricerca costante di essere e sentirsi occupati, e di non vivere il qui ed ora riuscendo a mantenere uno stato di presenza focalizzato su quello si sta facendo… ed ecco il “vi devo lasciare…“, “ho un’altra call“, “scusate ma devo rispondere“… fare, fare, fare… ma i risultati?
È come se questa pandemia avesse invertito la legge di Pareto dell’80-20… molto probabilmente dell’80% delle call e dei meeting on line a cui partecipiamo, solo il 20% sarà veramente importante ed utile ai fini dei risultati che vogliamo raggiungere.
Ed è qui che arriviamo al nocciolo della questione… sembra che essere sempre occupati in call e meeting sia importante by design, mentre invece sposta esclusivamente la nostra attenzione all’urgenza. Con questa nuova modalità viviamo costantemente in URGENZA con tutti gli impatti psico-fisici che si possono avere vivendo costantemente in questo stato. Il risultato è che non riesco a mantenermi focalizzato su un task preciso di massima importanza, a dedicargli il 110% della mia attenzione, perché il cervello è proiettato sulla prossima call, sul messaggio del collega appena arrivato, o la riunione convocata di urgenza da un responsabile.
Per affrontare al meglio questa modalità di lavoro è necessario un cambio di paradigma profondo, ossia passare dalla cultura del fare (legata a quante ore lavoro, molto in voga in Italia) alla cultura dell’orientamento al risultato (molto in voga in paesi ad alta performance, dove lo straordinario viene visto come un problema di capacità e metodologia di lavoro). La cultura dell’orientamento al risultato ci consente di focalizzarci sulle priorità, sulla programmazione e scremare ed eliminare tutte le attività che riteniamo inutili e che ci fanno perdere tempo. Ci auto-responsabilizza.
Orientarsi su risultati che si vogliono raggiungere, allineati con la missione organizzativa, proietta le persone sul dedicare le proprie attività per priorità, importanza e domandarsi: ma sarà proprio utile la mia partecipazione a quel meeting dove sono stato “buttato dentro”? Quale utilità posso dare, in relazione agli obiettivi che devo raggiungere?
In un bellissimo libro intitolato “La società della perfomance – come uscire dalla caverna” di Maura Gancitano e Andrea Colamedici si legge che “gli individui che si trovano a vivere nella società della performance sono alienati, cioè separati da una parte autentica di sé che disimpariamo ad abitare. Per questo entrano nel circolo vizioso della produzione e fruizione costante di contenuti, che però non può soddisfare il bisogno di meraviglia. Quanto spazio c’è nella nostra vita quotidiana per l’intimità, il silenzio, la contemplazione?” È come se non riuscissimo più a fermarci, a creare quello spazio, a soddisfare il bisogno di meraviglia. Quanta meraviglia riusciamo a provare durante la frenesia del passare da un meeting ad un altro? Quanto riusciamo ad essere focalizzati al 100% su quello che stiamo facendo? In che modo possiamo goderci appieno il momento del presente?
In questo mondo in costante cambiamento Nicolas Taleb ci indica la strada dell’antifragilità, essere capaci di prosperare nel disordine, di adattarci e non rimanere mai uguali a noi stessi per poter affrontare il “new normal”. Proprio questa incapacità che abbiamo di vivere il presente, e quindi occupare freneticamente i nostri spazi quotidiani, pur di fare, ci porta ad essere il contrario dell’antifragilità… ed ecco che rischiamo di “spezzarci” (stress, frenesia, mancanza di focus), di essere rigidi a quell’automatismo ormai consolidato al quale il nostro cervello ci porta e che gradisce per sentirsi al sicuro e per risparmiare energia.
Cosa fare? Iniziare a cambiare se stessi in primis per poter abbandonare quello stress che sembra essere diventato costante e come fosse uno status che mi dà importanza (farmi vedere dagli altri stressato e sempre indaffarato), l’essere sempre “affaccendati”.
Questo ci porta ad essere reattivi e poco intenzionali, piuttosto che proattivi e guidati da un decision making consapevole… non antifragili appunto, ma mossi da automatismi consolidati che prima o poi rischiano di portarci al burn-out.
Ecco perché l’intelligenza emotiva diventa un booster e ci aiuta nel nostro processo di crescita (empowerment). Ci permette di lavorare sulla nostra auto-consapevolezza, sull’essere intenzionali e sull’avere un vero e proprio obiettivo intimamente legato ad uno scopo profondo. Ci aiuta a soffermarci sul qui ed ora, a darci le priorità, a porci obiettivi e orientarci a risultati importanti per noi e per gli altri. Nelle aziende diventa fondamentale ritrovare e concedersi momenti di team in presenza e momenti di coaching individuale per consentire alle persone di ri-centrarsi e ri-focalizzarsi dopo il walzer continuo tra un meeting ed un altro.
Allenare costantemente la propria intelligenza emotiva è diventato fondamentale per riuscire a rallentare e dosare al meglio i freni e le marce per guidare noi stessi in modalità lavorative che saranno il “new normal”: l’importante è non farsi travolgere, ma guidare se stessi in funzione di obiettivi importanti sempre legati ad un senso profondo di scopo. Orientarci ai risultati, e lasciarsi alle spalle la cultura del fare. Ecco perché diventa strategico portare l’intelligenza emotiva nelle aziende come fatto culturale, che entra intimamente nei processi aziendali.
Che ne pensate? Qual è la vostra esperienza?
Massimiliano Caviglia, Active Member EQ Biz
People Management

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