Oggigiorno alle aziende viene richiesto sempre di più il coinvolgimento in cause sociali, ambientali e politiche e a fianco all’ormai già conosciuto Corporate Social Responsability (CSR) stanno nascendo nuovi termini che implicano gradi di responsabilità dell’azienda maggiori. Uno di questi è il Brand Activism. Il Brand Activism prevede la promozione del cambiamento piuttosto che una mera dichiarazione di intenti o un’adempienza a comportamenti etici – è un’estensione del CSR, come lo definiscono Kotler e Sarkar in uno dei primi libri sull’argomento, Brand Activism. Dal Purpose all’Azione.

Recentemente, ha parlato di Brand Activism anche l’Osservatorio Civic Brands – progetto editoriale nato dalla collaborazione tra IPSOS e Paolo Iacobini con l’obiettivo di monitorare l’impegno civico dei marchi ed aziende italiani – che ha presentato in occasione della Milano Digital Week un webinar sull’argomento. Un dato interessante è che secondo ben l’83% dei rispondenti “un’azienda che vuole davvero migliorare la società in cui viviamo deve prima di tutto occuparsi della qualità della vita dei propri dipendenti”. In altre parole, Brand Activism, sì, ma pensando prima al benessere dei dipendenti.

Trapelano due temi importanti da questo dato che si potrebbero sintetizzare con le seguenti parole: coerenza ed azione. I dipendenti vogliono vedere prima di tutto una coerenza tra le azioni prese all’esterno dell’azienda e quelle prese all’interno, nello specifico per il benessere dei loro dipendenti. D’altronde Brand Activism significa schierarsi per migliorare il mondo. E quale credibilità avrebbe l’azienda agli occhi dei propri dipendenti e dell’opinione pubblica se si impegnasse in grandi cause per poi scordarsi dei propri dipendenti?

Inoltre, si richiede questa coerenza non solo a parole ma a fatti. Come anche la parola Activism – Attivismo – indica, è il momento di passare all’azione. Azione che nell’ambito del benessere degli impiegati, in parte è stata già presa da molte aziende se si pensa ai programmi di well-being aziendale. Oggi il concetto di well-being va ben oltre il solo benessere fisico e la sola assenza di malattia.

Oggi il well-being aziendale ha un’accezione olistica che tocca il benessere mentale, emotivo, sociale oltre che quello fisico.

Ne deriva l’implementazione di programmi che mirano a soddisfare tutti questi aspetti. Ma è qui che si può inciampare.

La mera messa in atto di tali programmi non garantisce necessariamente il benessere dell’impiegato. Nonostante siano importanti, questi programmi non costruiscono le fondamenta del benessere bensì le possono migliorare. Ciò che costituisce le fondamenta del benessere aziendale passa da vie meno “dichiarate”: la relazione tra colleghi e capi. E l’intelligenza emotiva ne è l’ingrediente fondamentale. Coltivare queste relazioni attraverso l’intelligenza emotiva rafforza la fiducia e il rispetto tra le persone dell’azienda, in altre pone le basi per il benessere dei dipendenti. Decidere di impegnarsi a costruire delle relazioni lavorative basate sull’intelligenza emotiva è una strada che può essere emotivamente impegnativa, ma alla luce di un maggiore benessere per dipendenti e manager…

Perché non provarci?

Floriana Mangiaracina, Redazione EQ Biz

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Valorizzare il capitale emozionale dell’azienda e degli stakeholder interni ed esterni al fine di ottimizzare l’impatto sociale dell’impresa

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