Ho recentemente intercettato un interessante articolo sul valore aggiunto dell’intelligenza emotiva per le strategie di branding che mi ha aiutato a rifocalizzare 3 tematiche significative in merito. Lo trovate a questo link, ma provo ad estrarne qualche spunto e una conclusione.

- Il contesto pandemico e post-pandemico rende ancora più emergente il bisogno di una comunicazione che veicoli connessione, empatia e, direi, leggerezza.
Da questo punto di vista tutta la drammatica vicenda che ha accompagnato l’umanità sembra offrire una opportunità di accelerazione verso queste tematiche, con una differenza: fino all’inizio del 2020 se ne parlava come argomenti di buon senso per una migliore qualità dei nostri ambienti professionali, personali e, perché no, dei mercati. Oggi sono un vero e proprio bisogno primario, una priorità: siamo di fronte a buyer personas che hanno attraversato il deserto della disconnessione, dell’isolamento più o meno volontario, del peso di tanta informazione legata alla paura come unica emozione possibile. Queste stesse buyer personas, a qualsiasi profilo e categoria appartengano, sembrano concordi nel chiedere l’acqua della relazione, della prossimità, della compassione (quel sentire insieme con l’altro senza giudizio) e, sì mi ripeto, l’aria fresca della leggerezza.
- Integrità, competenza emozionale e cura dell’altro sono elementi chiave nella costruzione della relazione di fiducia tra brand e consumatore.
Tanto si è scritto e discusso sul tema della fiducia nel rapporto con il consumatore, ma spesso si è fraintesa la fidelizzazione (o la loyalty) con la fiducia (trust). La costruzione di relazioni bilanciate e durature con i propri clienti non prevede più l’esclusività a tutti i costi: è prioritario il coraggio della libertà trasparente, è vincente riuscire a raccontarsi, ma anche sapere ascoltare il proprio target, per poterlo orientare. Prima di incrementare le proprie vendite, diventa indispensabile prendersi cura della persona, nei modi che il tipo di relazione consente, non per “comprare” il favore o la preferenza del proprio cliente (ormai in larga parte disincantato e poco propenso a farsi blandire da promozioni e premi), ma per passare un messaggio semplice e indispensabile: questa relazione conta, o addirittura, abbiamo consapevolezza che possiamo creare reciprocamente valore l’uno per l’altro.
- La credibilità etica del brand è in grado di operare una potente transazione emozionale, dal senso di colpa dell’acquisto (e da quello di far parte della società dei consumi), all’orgoglio di essere protagonisti di una community capace di cambiare il mondo.
C’è un salto di mentalità generazionale particolarmente evidente da questo punto di vista: le nuove generazioni sono evidentemente migliori di quelle a cui appartiene lo scrivente… ed è una buona notizia. La dimensione etica è una parte cruciale della value proposition! (La cattiva notizia è che la confusione informativa, la superficialità e la non affidabilità delle fonti, non sempre rende facilmente rintracciabile l’etica autentica, distinguendola da quella di facciata). Ad ogni modo, questa attenzione che ormai diviene criterio di scelta è un punto su cui l’azienda deve lavorare, guardando alla propria visione e missione, ai valori e al concreto, e non teorico, allineamento che i propri prodotti o servizi sanno esprimere.
Il branding, in conclusione, ha la necessità di sviluppare nuovi strumenti di pianificazione strategica della comunicazione che tengano conto dei ponti relazionali che vanno percorsi in entrambi i sensi da e verso il proprio target, che sfruttino al meglio l’energia delle emozioni verso le quali le persone appaiono più disponibili (ma anche meno strutturate a sostenerle?), che coinvolgano i clienti in percorsi che li rendono co-creatori di valore per il mondo.
Un mondo migliore.
